Sequestro a scopo di estorsione

 E’ un crimine che nasce nell’ambiente pastorale sardo. La Sardegna è caratterizzata da un ambiente naturale impervio che ha consentito nel passato di nascondere centinaia di uomini rapiti. Stando ad alcune ricerche storiche il rapimento era una pratica diffusa sin dal secolo XV. Ma è solo dal 1984 che si hanno notizie ufficiali a riguardo. Il fenomeno è nato da un espressione di sottocultura delinquenziale in ambiente agro- pastorale (Gabrielli, Manganelli 2007) nelle regione del sud, in seguito si è diffuso in tutta Italia per poi ridursi e scomparire nuovamente nelle regioni meridionali agli inizi degli anni 80. Le statistiche dicono che i principali autori di questo reato sono nel 96% di sesso maschile, il 75% è pluri-pregiudicato e il 58% ha un titolo di studio di scuola elementare. Il fenomeno è andato a scomparire perché è un crimine che non rende molto. La sua particolare complessità, l’investimento economico e di risorse umane, la pena alta e il rischio di essere identificati grazie alle nuove tecnologie al servizio delle forze di polizia, ha fatto si che il crimine organizzato spostasse la sua attenzione verso campi più remunerativi.

L’investigazione non può che partire dal sopralluogo. Osservare il luogo deve è avvenuto il rapimento è un attività imprescindibile, la scena del crimine e l’eventuale assunzioni di informazioni da parte di testimoni sono sempre un punto di partenza. Nei vari sequestri italiani quasi sempre i rapitori hanno contattato la famiglia per mezzo di un interlocutore che assumeva anche la funzione di garante. Molte volte vi è anche la figura del basista, colui che raccoglie informazioni utili al rapimento, molto spesso è un famigliare o conoscente della vittima. Già dalla richiesta di riscatto da parte dei rapitori i familiari probabilmente cercheranno di raccogliere la somma richiesta. L’investigatore dovrà impedire ciò spiegando che il pagamento del riscatto non garantisce la liberazione del proprio caro. E’ molto rilevante la statistica che identifica in amici o conoscenti i rapitori, in questi casi è più che probabile che i criminali non hanno la minima intenzione di liberare il sequestrato anche dopo il pagamento della somma richiesta. Molte volte la vittima è stata ammazzata poche ore dopo il rapimento, per tale motivo è indispensabile che i rapitori dimostrino la prova in vita del sequestrato.

Molti sono i casi in cui i familiari hanno cercato una strada alternativa a quella battuta dalla polizia prendendo contatti con i rapitori all’oscuro degli investigatori. In questo caso il magistrato può intervenire con il blocco dei beni e della corrispondenza. E’ ovvio con questi due istituti può cadere quel rapporto di fiducia tra gli inquirenti e i familiari del sequestrato; sin dal 1991, anno dell’entrata in vigore della legge sul blocco dei beni, tale istituto ha avuto forti critiche.

Al termine del sequestro, quindi nella successiva liberazione, la vittima non è sempre collaborativa con gli inquirenti per l’identificazione dei rapitori. Soprattutto in quei casi in cui i sequestri sono durati per diversi mesi o anni la vittima può diventare soggetta alla sindrome di Stoccolma.

La sindrome di Stoccolma è una condizione psicologica nella quale la vittima di un sequestro può manifestare sentimenti positivi nei confronti del proprio rapitore. Uno stato più che comprensibile se pensiamo che la vittima per molto tempo non ha avuto contatti con il mondo esterno e l’unica relazione interpersonale è stata con il rapitore.

 

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