Udienza preliminare per l’operazione “Titanic” del 2006

Il 12 aprile 2006 la Direzione Investigativa Antimafia di Padova, in collaborazione con Polizia di Stato e GDF, con l’operazione denominata “Titanic” stroncò un gruppo criminale che aveva creato diverse aziende nel vicentino con lo scopo di truffare altre imprese e banche. L’indagine coinvolse oltre 20 persone tra cui Michele Siciliano, affiliato al clan La Torre e raggiunto da più ordinanze di custodia cautelare, che all’epoca era in Gran Bretagna con cittadinanza scozzese ma in seguito arrestato e divenuto collaboratore di giustizia.
Secondo gli investigatori alcuni indagati sin dal 2003, mediante la gestione occulta o comunque senza ricoprire cariche sociali, acquisirono le quote di società e scelsero gli amministratori delle società partecipate i quali, svolgendo il ruolo di “prestanomi”, si limitavano a seguire le direttive impartite. Tali società acquistavano beni di rilevante valore, soprattutto nel campo delle bevande e della ristorazione, non pagavano le forniture ma rivendevano la merce in Italia e all’estero con ripartizione dei proventi della vendita. Dalle indagini emerse che l’ideatore e principale gestore dell’attività criminosa era Salvatore Di Caprio, originario di Maddaloni (CE) ma residente da anni a Cassino (FR), che sta già scontando una pena di 12 anni per traffico internazionale di droga.

Il ruolo di Salvatore Di Caprio
Secondo le indagini, nel 2003 Di Caprio rilevò, tramite terzi, le quote della società Cedibe S.r.l. già insolvente e durante alcune operazioni di polizia giudiziaria fu trovato con altri effettivi gestori della società presso la sede e in possesso di documentazione extracontabile molto importante. Di Caprio fu anche amministratore di fatto della Cedive S.a.s., trattatava con i fornitori, si occupava delle consegne e tentò di esportare in Gran Bretagna merce acquistata in Italia e non pagata.
Di Caprio gestiva le società utilizzando ad esempio carte di credito rilasciate alla Eurofood la quale aveva anche un recapito presso la sede della Great Di Caprio Holding Company S.r.l. (anche questa in fallimento) di via Garigliano in Cassino (FR) e di cui lui stesso era titolare.

Il ruolo di Michele Siciliano
Le merci non pagate erano destinate soprattutto ai locali di Abdeern in Scozia, controllati dal clan La Torre mediante Michele Siciliano. Quest’ultimo, originario di Mondragone, dopo 15 anni di latitanza vissuta in Scozia poiché il 416 bis C.P. non è riconosciuto per l’estradizione, nell’estate del 2006 si presentò a Vicenza per consegnarsi al pm Pecori. Come lo stesso Siciliano ammise nell’interrogatorio dinanzi al PM del 7 luglio 2006, egli collocava all’estero la merce acquistata dalle società riconducibili al Di Caprio e versava i proventi dell’attività delittuosa in conti esteri. Dichiarò al magistrato: “…Anche nel Vicentino si estendeva il clan guidato da Francesco Sandokan Schiavone… Il “capoarea” era Di Caprio, che guidava un gruppo di cui facevano parte Claudio Picco, Pietro Priante e la ragioniera Antonietta Bifulco… Le attività criminose principali del clan sono il pizzo, gestito in Campania, per pagare gli stipendi e sostenere l’organizzazione capeggiata da Francesco Schiavone… poi c’era la droga laddove era possibile e quindi il sistema delle truffe… Conobbi Di Caprio, referente dei Casalesi per il Basso Lazio e lo presentai a Mario Miraglia, che all’epoca operava in Olanda, ed era in contatto con Augusto e Antonio La Torre, in quel periodo entrambi detenuti in Olanda… I Casalesi gestivano anche un’attività di spaccio di cocaina con destinazione Vicenza e Padova, avvalendosi della collaborazione per le truffe di Pietro Priante e Bruno Pietrosanto, che facevano parte anche loro del clan dei casalesi”.
Il collaboratore di giustizia spiegò anche che Di Caprio, per conto del clan, aveva interessi nel basso Lazio. Siciliano fornì anche la liquidità nella fase iniziale dell’attività criminosa per simulare la solidità economica delle imprese e gestiva i c/c esteri intestati a società del gruppo e alla Eurofood.

Ricostruzioni delle intercettazioni
Michele Siciliano e Salvatore Di Caprio pianificavano quotidianamente la loro attività al telefono. Siciliano confessò al PM: “Smerciavo i prodotti che mi spediva con i container Di Caprio attraverso la società Eurofood Ldt e che io avevo organizzato”. Quando nel 2006 Di Caprio venne arrestato si difese: “Io ero un consulente esterno della Eurofood” ma le intercettazioni telefoniche dimostrarono il contrario.
Ulteriori accertamenti coinvolsero anche l’avv. Patrizia Dall’Osto in concorso in bancarotta e favoreggiamento, consulente della Cedibe e per un anno fidanzata di Di Caprio. Quest’ultima respinse sempre le accuse: “Non sapevo chi fosse in realtà Di Caprio, sono stata ingenua, mi diceva che faceva l’imprenditore”.

Del clan La Torre, di Michele Siciliano detto “il Killer” e del loro patrimonio hanno ampiamente discusso nei loro testi diversi autori (“Solo per giustizia” di Raffaele Cantone, “L’impero dei Casalesi” di Gigi Di Fiore e “L’oro della Camorra” di Rosaria Capacchione), in particolare Roberto Saviano in “Gomorra” dedica l’intero decimo capitolo al loro patrimonio ad Abdeern in Scozia.

Nel 2009 il tribunale di Frosinone, su richiesta della D.I.A. Di Padova, sequestrò alcune auto di lusso, una villa a Maddaloni (CE) e diversi beni immobili nel cassinate e a Piedimonte San Germano (FR). Tutti beni riconducibili a Salvatore Di Caprio, la misura di prevenzione coinvolse anche la struttura in via Garigliano a Cassino (FR) in cui aveva sede l’attività di commercio al minuto di prodotti ortofrutticoli denominata GDCHC – GREAT DI CAPRIO HOLDING COMPANY – S.R.L. di cui Di Caprio era titolare.

Udienza preliminare
Dopo anni le indagini furono chiuse dagli inquirenti nel gennaio 2010. Il 28 aprile 2011 è iniziata l’udienza preliminare contro 29 persone, di cui 11 vicentini. I legali di Michele Siciliano hanno chiesto il rito abbreviato che avrà luogo l’8 giugno. Anche altri due saranno giudicati con il rito abbreviato tra cui Claudio Picco che secondo l’accusa aveva un ruolo principale nell’organizzazione e aveva rapporti diretti con Di Caprio e Siciliano. L’amministratore della fallita Eurofood Supplayer’s, Priante, che acquistava beni senza pagare i fornitori e li rivendeva in Scozia, ha chiesto di patteggiare circa 3 anni di carcere. Vogliono patteggiare anche altri due fiancheggiatori di Noventa e Pordenone. Tutti gli altri, compreso Salvatore Di Caprio, rischiano il rinvio a giudizio con rito ordinario. I reati contestati sono: associazione per delinquere, favoreggiamento, bancarotta e concorso in bancarotta.

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