Tracce di ecomafia dal passato

Era il 23 ottobre 1997 quando il dott. Luigi De Fichy ( all’epoca Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia), in audizione presso la commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, lanciò un allarme sulle attività della criminalità organizzata di tipo mafioso nel basso Lazio. In particolare specificò che secondo alcune indagini in corso alcuni gruppi criminali avevano un controllo del territorio nelle zone di Cassino, Latina, Formia, Pomezia, Anzio, Nettuno e Ardea tale da consentire l’abbandono dei rifiuti in aperta campagna. Secondo le sue dichiarazioni la presenza delle mafie nel basso Lazio si può far risalire già dalla fine degli anni 70. Dopo queste parole il presidente della commissione, Massimo Scalia, decise di spegnere gli impianti audiovisivi e secretare l’audizione per gli approfondimenti del caso. Nella stessa seduta Angelo Bonelli, all’epoca Presidente della commissione criminalità della regione Lazio, parlò di alcune comunicazioni che erano giunte alla commissione che presiedeva da cittadini e dai loro comitati. Le comunicazioni riguardavano in particolare siti e discariche localizzati lungo la tratta dell’alta velocità Roma-Napoli. Bonelli descrisse un fatto accaduto nel 1996 in cui due vigili notturni “sono stati testimoni oculari di un interramento di bidoni e di sversamento di liquido presumibilmente tossico lungo la strada provinciale n. 11, angolo via Tomacelli, nel comune di Patrica“. L’operazione avvenne a notte inoltrata, c’era un escavatore ed il cantiere era stato opportunamente coperto alla visuale con tralicci e teloni verdi. I vigili annotarono i numeri di targa dei camion provenienti dalla Gran Bretagna e dalla Croazia e comunicarono verbalmente l’accaduto alla questura di Frosinone. Bidoni dello stesso tipo furono ritrovati in zone limitrofe al cantiere Tav. Nella stessa seduta l’ex Assessore all’ambiente della Regione Lazio aggiunse: “…sembra esservi un certo legame fra le ditte dei subappalti per la realizzazione dei cantieri dell’alta velocità e l’attività di smaltimento abusivo « mordi e fuggi »…”.
Il giorno dopo la commissione si recò in missione a Frosinone per verificare il funzionamento dell’impianto di Colfelice gestito dalla Saf. L’ex Prefetto di Frosinone Francesco Marino, riferendosi ad uno studio svolto da Legambiente, spiegò che in sede di comitato provinciale per l’ordine e per la sicurezza pubblica fecero degli accertamenti e rilevarono che una società di Cassino, la RETIMA, risultava coinvolta in un’azione di smaltimento abusivo presso le discariche del casertano gestite da società di cui facevano parte soggetti plurinquisiti, risultati affiliati al clan camorristico dei Casalesi.
Ma l’ex Prefetto fece riferimento anche a un’indagine della Guardia di finanzia di Pavia e di Frosinone dal quale si evinse che vi era uno sito non autorizzato di stoccaggio di rifiuti tossico-nocivi ubicato nel comune di Ceprano e di alcuni rinvenimenti di rifiuti pericolosi nei comuni di Pontecorvo (vicino la linea Tav) e Arpino. In seguito si scoprì che i rifiuti provenivano da aziende del Nord.

Successivamente, nella stessa audizione, intervenne l’ex questore Anotonio Mastrocinque. Quest’ultimo spiegò che erano in corso accertamenti nei riguardi di alcuni nominativi legati all’impresa Consortium. Questi nominativi erano già stati oggetto di altre investigazioni condotte dalla Criminalpol di Roma. Aggiunse l’ex questore: “….sicuramente, ci sono passaggi, contatti e presenze di elementi della malavita organizzata, soprattutto provenienti dal casertano (segnatamente, dal clan dei Casalesi), che hanno instaurato rapporti con le aziende locali: sono state costituite aziende poi subito sciolte o che comunque hanno cessato di vivere. Molte di queste vicende sono descritte in un rapporto che, se non sbaglio nel dicembre scorso, è stato predisposto dalla Criminalpol di Roma, con riferimento a tutta la zona di competenza della DDA di Napoli, trattandosi di episodi che riguardano soprattutto il casertano….”. Il presidente Scalia pregò il dott. Mastrocinque di verificare l’operato di un azienda tutt’ora attiva nel cassinate e in altri comuni del Lazio e della Campania in modo da avere una situazione chiara e trasparente della stessa.

Lo stesso giorno la commissione conferì con un ispettore della squadra mobile di Frosinone. Quest’ultimo accennò ad una nota indagine della Criminalpol in cui si evidenziava un’attività di raccolta e smistamento di rifiuti gestita da un “sedicente avvocato di Parete” descritto da diversi collaboratori di giustizia come “referente di alcuni clan della zona”. Dopo questa dichiarazione il presidente decise di secretare anche l’audizione con l’ispettore.

Alla luce delle recenti indagini antimafia non è difficile supporre che l’avvocato di cui si parlava nel 1997 potesse essere Cipriano Chianese. Questo è stato arrestato nel 2005 per concorso esterno in associazione di stampo mafioso per i suoi legami con il clan dei Casalesi. Il percorso imprenditoriale dell’avvocato, che sembra non aver mai esercitato l’attività forense, inizia nella metà degli anni ‘80 quando costruisce a Giugliano le discariche della sua società, la Setri, che poi si “evolverà” in Resit. In queste discariche, secondo gli inquirenti, sono stati seppelliti per quasi venti anni le scorie tossiche di moltissime imprese settentrionali. Sono stati accertati i legami con Licio Gelli (fondatore e gran maestro della loggia più famosa d’Italia… la P2), e il coinvolgimento in una delle prime indagini sull’ecomafie denominata Adelphi. Non sono mancati nemmeno i legami con uomini delle istituzioni come il Sisde (ora sostituito con l’Aisi). Nel 1994 si candidò con Forza Italia per la camera dei deputati, nonostante la presenza in videoconferenza di Silvio Berlusconi ad un suo comizio, non fu eletto per pochi voti.

Il collaboratore di giustizia Gaetano Vassallo, ha dichiarato che fu Chianese a spiegare ai capoclan Francesco Bidognetti e Francesco Sandokan Schiavone che le discariche possono diventare una vera ricchezza: Ecologia 89, l’Ecotrasp, la Cicagel, la Novambiente ecc. tutte imprese riconducibili a lui e al clan dei casalesi. Le sue imprese hanno lavorato anche per il commissariato per l’emergenza rifiuti. Nel 2010 è stato raggiunto da un ordinanza di arresti domiciliari per una presunta estorsione nei confronti del commissariato di governo per l’emergenza rifiuti in Campania: secondo la procura Chianese attuava una pluralità di comportamenti intimidatori per esigere pagamenti non dovuti. Infine il 6 aprile la DIA ha effettuato un sequestro di beni stimabili in circa 13 milioni di euro riconducibili a Cipriano Chianese e ad un padovano che si era prestato al ruolo di prestanome.

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