Breve analisi sul sistema mafioso
Per comprendere il fenomeno mafioso dobbiamo necessariamente considerarlo un sistema ed analizzarlo come tale. Il sistema mafioso interagisce con più sistemi: sociale, politico, economico e infine religioso (quest’ultimo continua ad essere sottovalutato). Se escludiamo anche solo un sistema dalla nostra analisi non si comprenderebbe l’essenza della mafia. L’interazione con le altre dimensioni si attua grazie ai c.d. collusi. I collusi sono soggetti che anche se non fanno parte dell’organizzazione criminale mafiosa la favoriscono grazie alla commissione di reati. Ovviamente i collusi riescono anche ad ottenere vantaggi per loro stessi. Oggi le scienze sociali offrono tutti gli strumenti necessari per studiare, comprendere e sconfiggere la mafia, basta riflettere su concetti come “l’agire mafioso” o il “sentire mafioso”. Entrambi sono il frutto di studi della psicoanalisi e diversi docenti delle università siciliane si sono dedicate all’argomento osservando da vicino “cosa nostra”. Tali studi ovviamente possono essere applicati anche nei confronti della camorra e ‘ndrangheta. In particolare il sentire mafioso può essere sintetizzato come un pensiero di tipo dogmatico, e quindi considerato indiscutibilmente vero, che si basa su un pensiero altrui ed esclude una riflessione autonoma e indipendente. Il “sentire mafioso” è quindi “dare tutto per scontato” e questo tipo di riflessione è purtroppo presente nei nostri territori e in più fasce sociali. Ciò non significa che il nostro territorio è spacciato ma che vi è una variabile che può influenzare l’espansione delle mafie. E’ compito delle istituzioni e del mondo dell’associazionismo cercare di ridurre questa “falsa percezione” creando una rete che possa difendere le vittime di reati “mafiosi”. Inoltre la nostra provincia non è estranea a fenomeni di corruzione. Ultimamente la procura di Cassino e Frosinone sta svolgendo diverse indagini che coinvolgono più apparati delle pubbliche amministrazioni locali, le responsabilità saranno da accertare ma per ora le ipotesi investigative sono tutt’altro che rassicuranti. Tale contesto è ovviamente una debolezza istituzionale che si ripercuote nella società da cui le organizzazioni criminali mafiose possono trarre vantaggio. Il 19 marzo a Potenza nella manifestazione in ricordo delle vittime innocenti delle mafie Don Luigi Ciotti nel suo bellissimo discorso ha spiegato la vera essenza delle mafie: “… le radici delle mafie sono fuori dalle mafie…” Significa che è la società a dover contrastare il fenomeno mafioso attraverso modelli di comportamento esemplari. L’azione giudiziaria è necessaria, ma è allo stesso tempo insufficiente se nella lotta alle mafie non scende in campo ogni singolo cittadino.
Read MoreOperazione “Verde bottiglia”
Senza dubbio sbalorditivo il sequestro milionario avvenuto ieri ad opera della D.I.A., ma gli “addetti ai lavori” sapevano che era solo questione di tempo e di buon lavoro. Era il 1993 quando Carmine Schiavone decise di collaborare fornendo informazioni più o meno dettagliate sull’avanzamento del clan dei casalesi nel Lazio. Secondo Schiavone il clan aveva trasferito circa 40 affiliati nel basso Lazio ed erano tutti pagati per dirigere gli affari criminali, ognuno nella propria zona di competenza. Parte meridionale della provincia di Latina e in seguito anche la provincia di Frosinone era stata affidata al principale soggetto coinvolto nell’operazione di ieri. Il collaboratore Schiavone descrisse quest’ultimo come “punto di riferimento per le attività di penetrazione ed investimento…e si preoccupava di allacciare i contatti politici necessari a conoscere in anticipo le decisioni che sarebbero state prese in materia di urbanizzazione e di edificazione”; inoltre gli venivano corrisposti 50 – 60 milioni al mese per pagare altri affiliati che per conto del clan che controllavano il territorio. Anche nell’ordinanza di custodia cautelare dell’ ex sottosegretario Nicola Cosentino si parla dello stesso soggetto e del basso Lazio. Nell’ordinanza, Luigi Diana ,altro collaboratore di giustizia, racconta di un viaggio nel cassinate in compagnia di Cirillo Bernardo, Domenico Bidognetti e Sagliano Giovanni (tutti affiliati al clan dei casalesi) con l’intento di rifornirsi di 200 kg di tritolo. Alcune di queste dichiarazioni dei collaboratori di giustizia hanno avuto i c.d. riscontri previsti dall’art. 192 del c.p.p. ed hanno portato alcuni affiliati e collusi alla condanna come nel caso Fondi. Ma ancora molto c’è da fare, inoltre bisogna ricordare che il provvedimento di ieri è preventivo e quindi dovrà essere discusso in un aula di tribunale. La storia giudiziaria della criminalità organizzata nel Lazio si sta scrivendo in questi anni, dobbiamo essere molto prudenti. Per sconfiggere le mafie l’azione giudiziaria dello stato non è sufficiente, come diceva Paolo Borsellino la lotta alla mafia deve essere un grande movimento culturale.
Read MoreI beni confiscati alle mafie nella provincia di Frosinone: l’impero di Enrico Nicoletti. Quarta parte
Giancarlo De Cataldo nel suo libro, Romanzo Criminale (Einaudi, 2002), gli attribuisce il soprannome “Il Secco“, ma il soprannome reale è “Il Cassiere“. Enrico Nicoletti è nato nel 1936 a Monte San Giovanni Campano (FR). Attualmente vive nel quartiere romano Torre Gaia che lui stesso ha costruito in passato. In un intervista a TV7 rivela che riesce a vivere grazie all’aiuto economico di alcuni cari amici poichè un patrimonio milionario, del quale non è riuscito a dimostrare la legittima provenienza, gli è stato confiscato dallo stato. Nell’intervista condotta da Pino Scaccia conferma che è sempre stato vicino agli ambienti del potere giacchè era un importante imprenditore, ma che non ha mai pagato tangenti, soltanto “mediazioni”. Era in contatto con Andreotti grazie a terze persone. Ha anche versato una quota per il riscatto dell’assessore Cirillo rapito dalle BR. Ammette di aver conosciuto De Pedis ma non sapeva della sua vita criminale. Si difende affermando che tutto quello che si dice sul suo conto è dovuto ad una sola questione mediatica.
In realtà Nicoletti è uno dei personaggi meno conosciuti della Banda della Magliana. In un rapporto dei carabinieri dell’88 viene indicato come persona legato al capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto Renatino, ucciso nel Febbraio 1990. Nicoletti ebbe in eredità anche diverse proprietà immobiliari che appartenevano a De Pedis. I soldi di Enrico De Pedis, di massoni, piduisti, di cosa nostra, dei trafficanti calabresi e siciliani, dei neofascisti NAR e dei casalesi, passavano per le sue mani, perciò è stato soprannominato Il Cassiere. Ha iniziato la sua attività nel mondo dell’usura. La banda della Magliana negli anni 70 gestiva i proventi del traffico della droga per conto di Cosa Nostra. I proventi finivano anche nelle casse dello IOR. A farlo entrare nella banda della Magliana era stato Danilo Abbruciati. Nicoletti è entrato e uscito dal carcere più volte per piccoli reati. Ha una condanna definitiva per associazione a delinquere (sei anni, ridotti a tre e mezzo nel 2000) e un’altra di secondo grado di 10 anni e 6 mesi del 2010. Nell’ultima condanna è stato accusato di far parte di un’associazione a delinquere di stampo mafioso, usura, estorsione e riciclaggio sono i reati contestati agli imputati:
Secondo la Dda, diretta dal procuratore aggiunto Italo Ormanni, tra il 2000 e il 2003 la banda era riuscita a mettere in piedi un giro di prestiti a interessi da usura pari a 50 milioni di euro. Quando le vittime non riuscivano più a pagare, arrivavano le minacce e le botte. E alla fine il clan incamerava l’ azienda. Il blitz del Gico della Guardia di finanza e del Nucleo operativo dei carabinieri risale all’ 8 ottobre 2003, al termine dell’ operazione battezzata «Nuvolari stargate». Ventinove ordini di custodia, 80 perquisizioni, sigilli a sei società (tre immobiliari, due autosaloni e una finanziaria) e a tre ville vicino Guidonia, poi risultate intestate a esponenti del clan dei Casalesi di Casal del Principe (Caserta). Coinvolti nell’ inchiesta anche 15 direttori di banca e due carabinieri: un maresciallo e un appuntato che controllavano nei terminali dell’ Arma le iscrizioni nel registro degli indagati e avvisavano i complici delle testimonianze raccolte, delle intercettazioni e dei pedinamenti disposti, delle perquisizioni in arrivo. Il processo, iniziato ad aprile 2004. (Corriere della sera – Febbraio 2007)
Ancora, scrive l’indomani del blitz il giornale Leggo:
Nell’inchiesta spunta anche il nome di Enrico Nicoletti, storico cassiere del gruppo criminale. Riecco la banda della Magliana. Enrico Nicoletti, l’ex banchiere della banda della Magliana. I suoi figli Tony e Massimo. Alessio Monselles, storico collaboratore di Nicoletti. E poi esponenti della famiglia camorrista Senese, insieme ad alcuni rappresentanti del clan Casamonica nonché al titolare del ristorante “I Sapori di Sicilia”, Mario Dimino Francesco, a un pr, Simone Scorpelliti, a due assicuratori, a un commercialista, Fabrizio Testaguzza e a un avvocato penalista, Ernesto Rampini.
Nel 1990, Nicoletti, che risultava nullatenente e dichiarava al fisco un reddito annuo di 450 mila lire, possedeva una ricchezza che la Guardia di Finanza stimava in oltre duemila miliardi di lire. Fu arrestato e condannato poichè definito
“banca della banda, nel senso che svolgeva un’attività di depositi e prestiti e attraverso una serie di operazioni di oculato reinvestimento moltiplica i capitali investiti dell’organizzazione” (dalla sentenza ordinaria del giudice di Roma Otello Lupacchini).
Il suo nome spunta anche negli atti dell’inchiesta nei confronti di Danilo Coppola ed in una indagine a Napoli con l’accusa di aver collaborato con il clan dei casalesi. Secondo i magistrati, il clan dei casalesi tramite Nicoletti otteneva le referenze con il mondo degli “affari” romani: la DIA ha documentato diversi incontri al ristorante “Il Destriero”del quartiere romano EUR di Corrado de Luca (uomo vicino ad Antonio Iovine) e del cugino Mario in società con Ciro Maresca, fratello di Pupetta Maresca. Nella stessa inchiesta, Nicoletti sembrerebbe che abbia fatto affari con Vincenzo Zagaria (cugino di Michele Zagaria), entrambi in società per truffare altre aziende del mercato alimentare di Napoli e Caserta . Inoltre a Guidonia Montecelio (RM) la “Latino Costruzioni“, di proprietà di Luigi Caterino e Massimo Schiavone (affiliati ai casalesi), ha costruito delle ville su un terreno acquistato a una società riconducibile a Nicoletti. Nell’ordinanza di custodia cautelare del Tribunale di Napoli del 16 Aprile 2006 si legge:
“I soldi vanno e vengono dalla Banda della Magliana, passando per i conti di Casapesenna. E’ il gruppo dei casalesi che offre il suo appoggio ai romani per permettere a questi ultimi di “lavare” il denaro sporco. Del resto, vi sono elementi per ritenere che tradizionalmente i rapporti tra le due strutture ciminali fossero anche di questo tipo, con i casalesi che si prestavano a far da fittizi intestatari di beni.”
Tra il patrimonio milionario confiscato ad Enrico Nicoletti c’è anche la Casa del Jazz (www.casajazz.it) a Roma e una dozzina di proprietà in provincia di Frosinone. Nel 2001 è giunta definitivamente a confisca la società a responsabilità limitata PONTECORVO 80 COOPERATIVA EDILIZIA; l’azienda è stata chiusa per fallimento durante la gestione del demanio, ma è ancora censita nell’archivio infoimprese in cui è possibile leggere l’attività svolta:
COSTRUZIONE DI CASE DI TIPO ECONOMICO E POPOLARE DA DESTINARSI AI SOCI IN PROPRIETA’ DIVISA O IN PROPRIETA’ INDIVIDUALE * PROVVEDIMENTI GIUDIZIARI: – CON PROVVEDIMENTO DEL 15.11.96 DEL TRIBUNALE DI ROMA, SEZ. IX PENALE, PROCEDIMENTO 58/94 E’ STATA DISPOSTA LA CONFISCA DELLA QUOTA DI PARTECIPAZIONE AL CAPITALE SOCIALE DEL SIG. NICOLETTI ENRICO, NATO L’08.06.36 A MONTE SAN GIOVANNI CAMPANO. ************************************************** – CON SENTENZA DEL 28.02.2001, PROC. N.58/94 M.P., LA CORTE DI CASSAZIONE RIGETTAVA IL RICORSO PRESENTATO DAL NICOLETTI ENRICO, CONFERMANDO IL DECRETO DI CONFISCA EMESSO DAL TRIBUNALE DI ROMA DEL 15.11.1996. ************************************************** (infoimprese.it)
L’azienda aveva la sede legale in un appartamento in località Fornelle di Pontecorvo (FR). Quest’ultimo è stato venduto su autorizzazione del giudice nel 2001. Nella frazione Colli di Monte San Giovanni Campano (FR), città natale di Nicoletti, vi sono quattro terreni agricoli e un fabbricato rurale. Da alcune fonti sembra che due anni fa l’agenzia del demanio contattò il Comune di Monte San Giovanni Campano per lavorare sulla destinazione sociale delle proprietà, ma quest’ultimo declinò l’invito poichè non sapeva cosa farsene. Di conseguenza il demanio contattò l’associazione Libera, ma attualmente i beni sono in gestione all’ANBSC e non hanno ancora ottenuto una destinazione sociale. Nonostante la confisca definitiva del fabbricato, sembra che qualcuno abbia ancora accesso alla struttura che viene utilizzata come magazzino per alcune feste di paese.
Nella nota località sciistica di Campo Catino, nel comune di Guarcino (FR), vi sono altri cinque immobili confiscati a Nicoletti. Due di questi sono stati affidati alla Onlus Floridi. Quest’ultima, contattata in email nel maggio 2010, spiega:
l’Associazione nasce per promuovere la natura a scopo sociale; le attività principali sono:1) organizzare la visita a luoghi naturali, in particolare sull’Appennino, ove risiede la Onlus, a 1800 m ai confini del Parco Nazionale dei Monti Simbruini;
2) realizzare itinerari anche attraverso istallazioni d’arte e mostre;
3) ospitare gruppi o famiglie per periodi di vacanza in natura;
- i due appartamenti che il Comune ha affidato alla Onlus sono in pessimo stato di conservazione perché in abbandono da venti anni;
- inizieranno a breve i lavori di ristrutturazione finalizzata ad ospitare gruppi in un caso, ad allestire una sala audio nell’altro;
L’associazione ha richiesto e ottenuto alcuni fondi regionali per ristrutturare i beni, ma al momento non sono stati ancora erogati. Questi appartamenti sono gli unici beni oltre a quelli di Ferentino che al momento sono effettivamente ri-utilizzati per scopi sociali.




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